JAZZ MAGAZINE 2006
Daniele Di Bonaventura
Trovare la via lontano dal BOP.
Ultimamente lo ha chiamato al suo fianco anche Miroslav “Weather Report” Vitous, a conferma di una fama che ha superato i nostri confini, grazie anche a un paio di album solistici di altissimo livello, tra jazz e musica strumentale di ampio respiro.
Intervista di Nicola Gaeta
Il suo ultimo disco Canto alla Terra è l’espressione di una mediterraneità cercata con passione. Il Suonatore di bandoneon marchigiano ci racconta la sua maniera di intendere la musica.
Nata con l’intento di promuovere la pizzica, la Dodicilune è una piccola e agguerrita etichetta discografica di Lecce, che ha rivolto la sua attenzione al jazz, cercando di privilegiare produzioni che abbiano come obiettivo la creazione di una musica fuori dagli schemi. Qui non si sta parlando necessariamente di operazioni avant-garde, ostiche e, talvolta, inascoltabili, bensì di un “suono” alla continua ricerca di possibilità evolutive da esplorare nelle direzioni più disparate. Così il mainstream orchestrale del giovane sassofonista Raffaele Casarano, accompagnato dall’Orchestra del Conservatorio Tito Schipa di Lecce, con ospite Paolo Fresu, fa il paio con l’intimismo del flicorno di Kenny Wheeler accompagnato al piano da Brian Dickinson in Still Waters, un disco molto raffinato.
L’etichetta ha mosso i primi passi circa dieci anni fa grazie all’iniziativa di Gabriele Rampino, un musicista non professionista che, subito dopo, ha iniziato a organizzare, quasi per gioco, insieme a Cosmo Sancilo, JazLe, una rassegna jazz. Il gioco ben presto si è fatto serio e JazLe è giunta quest’anno con successo alla settima edizione, diventando una delle più vive realtà musicali dell’Italia del Sud – ha proposto gente come Bob Mintzer, Steve Turre, Dino Saluzzi. Kenny Wheeler, Jim Hall, Greg Osby, Eliane Elias, solo per fare alcuni nomi – e fornendo, nello stesso tempo, linfa vitale alla Dodicilune.
Uno dei fiori all’occhiello dell’etichetta è un musicista marchigiano, suonatore di bandoneon, Daniel di Bonaventura, che ha inciso finora due album a suo nome, Transumanza e Canto alla Terra, quest’ultimo, secondo chi scrive, uno dei più bei dischi di world-jazz del 2005. Daniele è un musicista raffinato, dalle frequentazioni importanti: recentemente Miroslav Vitous lo ha invitato a collaborare in un brano del suo ultimo Universal Syncopations II, che uscirà a ottobre per la ECM.
In Canto alla Terra il jazz, nella sua accezione più classica, viene quasi sfiorato, rappresentando solo una componente di un universo composto da diverse radici musicali. Si sente l’affezione a un certo tipo di mediterraneità, vissuta con la passione tipica della gente del sud…
“E’ proprio così. Il mio attuale approccio alla musica è la sintesi di tutte le mie esperienze musicali. Ho quasi 40 anni e ho iniziato a suonare come pianista, ho studiato composizione, ho assorbito moltissimo la cultura classica e ho scritto per un discreto periodo musica contemporanea. I miei riferimenti al piano sono stati per molto tempo Bill Evans e Keith Jarrett. Sentivo però di non avere trovato ancora il mio linguaggio, e lo volevo cercare. A Tutti i costi. Uno dei motivi che mi ha spinto a suonare il bandoneon è stato proprio questo. E Ho iniziato a suonarlo volutamente da autodidatta, proprio per non cadere nella trappola del plagio, anche se poi, ovviamente, ho ascoltato Astor Piazzolla, sono molto amico di Dino Saluzzi, lui sì il mio principale ispiratore.
Si dovrebbe suonare il bandoneon come lo suona lui, a me non interessa il tango. In Canto alla Terra credo di essermi avvicinato al mio obbiettivo, di avere trovato la mia musica. I musicisti che ho scelto si trovano sulla mia stessa lunghezza d’onda, strumentisti maturi che condividono le mie stesse concezioni, in modo particolare Marcello Peghin, secondo me il miglior chitarrista italiano, almeno all’acustica.”
Il problema della creatività. Qualcuno sostiene che i musicisti jazz siano più creativi rispetto a quelli di classica più legati alla partitura, mentre nel jazz la pratica dell’improvvisazione costringe all’allenamento della cosiddetta composizione istantanea e quindi a una maggiore creatività. I musicisti di classica dicono che si può essere creativi anche nell’interpretazione…
“Questo tema è una delle mie principali riflessioni degli ultimi anni. All’inizio ero molto istintivo e affermavo che il jazzista era il creativo per eccellenza, mentre consideravo l’esecutore di musica classica una specie di operaio specializzato. Non è così, anche nella classica esistono degli esecutori che riescono ad esprimere il proprio linguaggio in maniera creativa, così come ci sono dei jazzisti che sembrano creativi e in realtà non fanno altro che ripetere pattern, esprimendo semplicemente del manierismo. Esiste un tipo di rock più creativo e concettuale di certo jazz, penso ai Genesis e ai Pink Floyd, che hanno inciso, negli anni 70 , dei capolavori della musica in assoluto.”
Il bandoneon suonato così come lo suona lei fa pensare a due linguaggi: il jazz e il tango. Qual è il filo rosso che lega queste due espressioni nella sua musica?
“Amo il jazz, perché è il linguaggio che mi permette di esprimermi nella maniera più libera, mentre con il tango ho un rapporto di odio e amore, conflittuale. Mi serve per il codice genetico dello strumento che suono, ma, nello stesso tempo, me ne distacco, perché sento la necessità di esprimere una mia personale dimensione creativa.”
Fatta premessa che etichettare la musica è un esercizio antipatico, lei si ritrova nel termine world-jazz?
“D’istinto le direi di no, ma mi rendo conto che, per ovvie ragioni, oggi si tende a incasellare la musica in una categoria di mercato, per cui, alla fine, va bene quell’etichetta.”
Il jazz oggi non è più patrimonio esclusivo degli afroamericani, ma è un universo di suoni in continua evoluzione che si contamina continuamente. I neri hanno ancora una supremazia in questo linguaggio?
“Nel bop non ce n’è per nessun altro. Loro sono i migliori, quel suono ce l’hanno nel sangue. E’ il motivo per cui ognuno di noi deve cercare di trovare la sua musica, a costo di mettersi continuamente in discussione. Io non mi azzardo neanche a provare di suonare in quella maniera.”
Qual è la musica che ascolta oggi Daniele di Bonaventura?
“Io sento veramente poca musica, la mia tendenza è quella di ascoltare meno musica possibile. Ultimamente ho riscoperto le danze folkloriche del nord dell’Argentina. In ogni caso, quando devo ascoltare musica, preferisco quella classica.”